Non siamo a Micene: questa camera a ogiva di 14 metri è nascosta nelle colline palermitane

Non siamo a Micene: questa camera a ogiva di 14 metri è nascosta nelle colline palermitane

C’è un momento, quando gli occhi si abituano alla penombra e la testa si alza verso l’alto, in cui il respiro si blocca. La roccia sale, sale, si restringe lentamente su sé stessa e forma una punta perfetta, a quattordici metri dal pavimento. Fuori c’è la Sicilia dell’entroterra, assolata e silenziosa. Dentro sembra di stare altrove — e in un altro tempo.

Le Grotte della Gurfa non sono facili da trovare. Bisogna sapere dove cercare, imboccare una stradina stretta che si arrampica tra gli ulivi e il rosso dell’arenaria, e avere la pazienza di arrivare fino ad Alia, un paese di poco più di tremila anime in provincia di Palermo che la maggior parte degli italiani non saprebbe collocare su una cartina. Ma una volta che ci sei, capisci perché certi luoghi resistono per millenni nella memoria di chi li abita.

La forma che non dimentichi

La prima cosa che colpisce non è la dimensione, anche se la dimensione è già abbastanza sbalorditiva. È la forma. La camera principale delle Grotte della Gurfa ha una pianta circolare e una copertura a ogiva che sale verso il centro come una fiamma pietrificata. Gli archeologi chiamano questa struttura thòlos — dal greco, a indicare una costruzione a cupola o a volta conica. È la stessa parola che usano per il Tesoro di Atreo a Micene, in Grecia, quella che il romanticismo ottocentesco aveva ribattezzato “Tomba di Agamennone”.

Le somiglianze non sono superficiali. Sono precise, quasi inquietanti. Le proporzioni, l’angolo di inclinazione delle pareti, il modo in cui la luce filtra dall’apertura sommitale e disegna un cerchio sul pavimento: tutto parla la stessa lingua architettonica. La differenza è che il Tesoro di Atreo fu costruito con enormi blocchi di pietra sovrapposti, mentre qui tutto è scavato nella roccia viva — un’arenaria rossastra, calda come il pane appena sfornato, che cambia colore con le ore del giorno.

Il mistero che nessuno ha ancora risolto

Chi ha scavato le Grotte della Gurfa? È la domanda che gli storici si fanno da decenni, e alla quale nessuno ha ancora dato una risposta definitiva.

L’ipotesi più affascinante — e anche la più controversa — parla di influenze micenee o pre-micenee, di navigatori e commercianti che tra il secondo e il primo millennio avanti Cristo percorrevano il Mediterraneo e portavano con sé non solo merci, ma anche tecniche costruttive, simboli, visioni del mondo. La thòlos come forma sacra, come luogo di culto o di sepoltura, avrebbe così attraversato il mare e messo radici nell’isola.

Poi ci sono i Sicani, il popolo più antico della Sicilia, presente sull’isola già nel Neolitico e ancora in queste colline dell’entroterra nell’età del bronzo. Forse le grotte sono loro. Forse hanno usato questa forma che nasce spontanea quando si scava la roccia morbida seguendo un istinto rotondo, primario.

C’è anche chi chiama in causa i Fenici, grandi navigatori e costruttori di luoghi di culto rupestri. E c’è chi, più prudentemente, sostiene che il sito sia stratificato — che ogni civiltà abbia trovato ciò che le serviva in questi ambienti e lo abbia adattato, ampliato, riusato.

Il nome arabo su un mistero preistorico

Gurfa. La parola viene dall’arabo — ghurfa, che significa stanza sopraelevata, camera alta. Gli Arabi hanno dominato la Sicilia tra il IX e l’XI secolo, lasciando tracce profonde nella lingua, nella toponomastica, nella cultura. Ed è quasi certo che abbiano usato queste grotte, forse come depositi, forse come abitazioni, forse come luogo di raccolta e di comunità.

Ma il nome che hanno dato a un luogo non significa che lo abbiano costruito. Quella thòlos perfetta, con i suoi quattordici metri di altezza e quella geometria così consapevole, difficilmente è il prodotto di una civiltà che cercava semplicemente un posto dove riporre il grano. C’è qualcosa di intenzionale in quella forma, qualcosa che parla di sacro, di cielo, di un’idea verticale del mondo.

Gli Arabi probabilmente hanno trovato qui qualcosa di già antico e lo hanno chiamato con il loro nome. Come facciamo noi, quando entriamo in un posto millenario e cerchiamo le parole per descriverlo.

Cosa si vede oggi

Oltre alla grande camera a thòlos, il complesso comprende una serie di ambienti più piccoli: gallerie strette, nicchie scavate nelle pareti, vani laterali che si aprono nell’ombra come parentesi. L’insieme è un labirinto di pietra rossa che cambia aspetto a seconda della luce — al mattino presto, quando il sole è basso, la roccia sembra bruciare dall’interno.

L’acustica è straordinaria. Una parola pronunciata a voce normale torna indietro con una chiarezza quasi scomoda, come se lo spazio stesse ascoltando.

Come arrivare

Alia si trova nell’entroterra palermitano, a circa sessanta chilometri a est del capoluogo. La strada che porta alle grotte è stretta e richiede un po’ di attenzione, ma è percorribile anche con un’auto normale. Il sito è visitabile, meglio verificare gli orari prima di partire — l’accesso dipende dalla disponibilità di chi gestisce localmente il luogo.

Non è una tappa da cartolina. Non troverete mappe dettagliate ai caselli autostradali, né file di pullman turistici nel parcheggio. È uno di quei posti che bisogna voler trovare, e che ricompensano quella volontà con qualcosa di raro: la sensazione concreta che la storia non sia mai finita, che stia solo aspettando qualcuno che si fermi ad ascoltarla

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