Il tunnel più pericoloso non è in Svizzera né in Germania: è in Italia e provoca incidenti inaspettati

Il tunnel più pericoloso non è in Svizzera né in Germania: è in Italia e provoca incidenti inaspettati

Porlezza e Valsolda: due nomi che per molti evocano immagini di paesaggi idilliaci, ma ieri sera sono diventati sinonimo di tragedia. Il segreto della musica più potente non è a Rio né a New Orleans: si trova a Lugano e scuote le coscienze Sei persone coinvolte, due in prognosi riservata, in uno schianto frontale all’interno di una galleria sulla SS340. Un incidente che ha mobilitato immediatamente i Vigili del fuoco, il 118 e le forze dell’ordine. Ma cosa si nasconde dietro questa apparente fatalità?

Parliamo di gallerie, quei lunghi serpenti scavati nella roccia che, secondo l’ACI, statisticamente ospitano meno incidenti rispetto alle strade aperte. Eppure, quando qualcosa va storto al loro interno, il rischio si moltiplica. Perché? L’ambiente chiuso, la scarsa visibilità, l’acustica distorta: ogni elemento può contribuire a trasformare un semplice errore in una catastrofe.

La SS340 Regina è una delle arterie più affascinanti e, al contempo, insidiose della Lombardia. Costeggia il lago di Como e poi quello di Lugano, regalando panorami mozzafiato, ma anche tratti di strada stretti e tortuosi. È una strada che, nonostante il suo fascino, richiede attenzione e prudenza, specialmente in galleria dove il margine d’errore si riduce drasticamente.

Il problema degli incidenti stradali non è solo una questione di infrastrutture. È un problema di salute pubblica, di costi umani ed economici altissimi. Ogni anno, migliaia di vite vengono spezzate o segnate per sempre. Eppure, spesso la causa è riconducibile a comportamenti scorretti: eccesso di velocità, distrazione, guida in stato d’ebbrezza. Quanti di noi possono affermare di non aver mai, anche solo per un istante, distolto lo sguardo dalla strada per controllare il cellulare?

La prevenzione è la parola chiave. E qui l’analogia con la medicina è calzante: prevenire è meglio che curare. Le istituzioni, supportate dall’OMS, stanno cercando di diffondere una cultura della sicurezza stradale, coinvolgendo scuole, autoscuole, famiglie. Ma basta? Forse no. Forse dovremmo chiederci se stiamo facendo abbastanza per educare, sensibilizzare, responsabilizzare.

E quando un incidente accade, come quello tra Porlezza e Valsolda, la macchina dei soccorsi deve essere efficiente, coordinata. I Vigili del fuoco, come sempre, sono i primi a scendere in campo, seguiti dal 118. Ma le operazioni di soccorso in galleria sono particolarmente complesse: l’uso di attrezzature specifiche, la gestione dei rischi legati a sostanze tossiche, la necessità di coordinare gli interventi in uno spazio ristretto e pericoloso.

E allora, cosa si potrebbe fare?

  • Migliorare l’illuminazione nelle gallerie per aumentare la visibilità.
  • Installare sistemi di monitoraggio per rilevare velocità e condizioni del traffico in tempo reale.
  • Promuovere campagne di sensibilizzazione più incisive, che colpiscano nel segno e facciano riflettere.

Ma soprattutto, dobbiamo tornare a considerare la strada come un luogo sacro, dove la vita umana è la priorità assoluta. Dove ogni chilometro percorso è una sfida che richiede rispetto, attenzione, consapevolezza.

Mentre i feriti dell’incidente sulla SS340 lottano in ospedale, noi dovremmo chiederci: quante altre vite devono essere messe a rischio prima che agiamo davvero?

G. Bergamini

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